Una “non-definizione”
Nel panorama giuridico italiano, il concetto di “invenzione” non è definito in senso positivo. Infatti, le fonti principali che regolano la proprietà industriale, il Codice Civile e il D.Lgs. 30/2005 (Codice della Proprietà Industriale), non ci dicono cos’è un’invenzione, anzi, l’art. 45 del Codice della Proprietà Industriale ci spiega cosa NON può essere considerato invenzione. In tale categoria “negativa” troviamo, tra le altre: (i) le scoperte, le teorie scientifiche e i metodi matematici; (ii) i piani, i princìpi e i metodi per attività intellettuali, per gioco o per attività commerciale ed i programmi di elaboratore (il software è protetto dal diritto d’autore); (iii) le presentazioni di informazioni.
Ciononostante, gli studiosi hanno provato a trovare una definizione “positiva” dell’invenzione, definendola come un insieme di idee che, attraverso l’intuizione di un inventore, permette di conseguire risultati differenti rispetto a quelli preesistenti, sia in termini oggettivi che in termini qualitativi.

Requisiti di brevettabilità
Per ottenere un brevetto, cioè un titolo giuridico che consente al suo titolare il diritto esclusivo di sfruttare l’invenzione, quest’ultima deve rispettare diversi requisiti di brevettabilità.

L’industrialità
Uno dei requisiti necessari per la brevettabilità di una invenzione è la c.d. “industrialità”, ossia la capacità di un’invenzione – richiamata dall’art. 49 del Codice della Proprietà Industriale – di essere fabbricata o utilizzata in qualsiasi genere di industria, compresa quella agricola.
Sul punto, la giurisprudenza ha spesso valutato il requisito dell’industrialità alla luce di vari criteri, tra cui: (i) la “possibilità” del risultato, intesa come capacità dell’invenzione di assolvere ad una funzione tecnica e principalmente alla funzione indicata nella descrizione del brevetto; (ii) la “ripetibilità” del risultato medesimo; (iii) la “materialità” dell’invenzione, ossia la capacità di produrre risultati o mezzi tangibili (ad es., prodotti innovativi, procedimenti produttivi, ecc.).

La novità
Un ulteriore requisito di brevettabilità è quello della c.d. “novità”, concetto che l’art. 46 del Codice della Proprietà Industriale riferisce in questi semplici termini: «Un’invenzione è considerata nuova se non è compresa nello stato della tecnica».
A tal fine, la medesima norma precisa che lo “stato della tecnica” consiste in tutto ciò che è stato reso accessibile al pubblico, con qualsiasi mezzo, prima della data di deposito della domanda di brevetto. Pertanto, l’uso o la divulgazione dell’invenzione, avvenuti da parte dell’inventore o da terzi in un momento precedente al deposito del relativo brevetto, preclude l’ottenimento del titolo per mancanza del requisito della novità.
Inoltre, il concetto di novità non comprende solo il progresso della tecnica e delle cognizioni preesistenti, ma anche l’espressione dell’attività creativa dell’inventore, che può anche consistere nell’associazione o nel coordinamento di elementi già noti, purché da ciò si ottenga un risultato industriale nuovo.

L’attività inventiva
Altro importante requisito è quello della presenza di un’attività inventiva, attività che l’art. 48 del Codice della Proprietà Industriale mette in correlazione con le conoscenze di un “tecnico medio” del settore cui l’invenzione afferisce.
In particolare, l’invenzione implica un’attività inventiva se per una persona esperta del ramo essa non risulta in modo evidente dallo stato della tecnica.
In altri termini, il risultato dell’invenzione non deve essere ottenuto utilizzando nozioni tratte dall’esperienza o dalle conoscenze tecniche di una persona di cultura media nel settore di riferimento: l’attività inventiva presuppone la non evidenza della soluzione ad un problema. Ad esempio, l’applicazione di una precedente invenzione ad un campo diverso da quello in cui la stessa è stata concepita non è autonomamente brevettabile quando un tecnico medio del settore è in grado senza difficoltà di procedere a tale adattamento.

Liceità
Il Codice della Proprietà Intellettuale, all’art. 50, preclude la brevettabilità delle invenzioni contrarie all’ordine pubblico o al buon costume, concetti che la giurisprudenza è concorde nel doverli verificare caso per caso, considerando anche il mutare e l’evolversi dei costumi.
La liceità, in ogni caso, deve essere valutata con riferimento all’applicazione dell’invenzione e non all’invenzione stessa, che di per sé non può essere né lecita né illecita.

Divieti di brevettabilità
Da ultimo, si segnalano diversi àmbiti nei quali il legislatore è intervenuto per precludere la brevettabilità di talune categorie di invenzioni.
Fra queste troviamo il corpo umano (inteso sin dal momento del concepimento e nei vari stadi del suo sviluppo) o parte di esso, compresa la sequenza (anche parziale) di un gene. Tale divieto è posto a tutela dei diritti fondamentali sulla dignità e l’integrità dell’essere umano e non si applica alle invenzioni che relative ad un elemento isolato corpo umano o diversamente prodotto, mediante un processo tecnico, a condizione che abbia una chiara e concreta applicazione e funzione industriale.
Analogo divieto si applica nel campo delle biotecnologie, nella misura in cui non sono brevettabili le invenzioni biotecnologiche il cui sfruttamento commerciale è contrario alla dignità umana, alla tutela della salute, dell’ambiente e della vita delle persone e degli animali, alla preservazione dei vegetali e della biodiversità ed alla prevenzione di gravi danni ambientali.
A tale proposito, dunque, sono considerati brevettabili: (i) i materiali biologici prodotti attraverso un procedimento tecnico, nonché il procedimento tecnico stesso; (ii) le invenzioni riguardanti piante o animali caratterizzati dall’espressione di un determinato gene (e non dall’intero genoma), a condizione che la loro applicazione non venga limitata, dal punto di vista tecnico, all’ottenimento di una determinata varietà vegetale o specie animale, e che non siano impiegati, per il loro ottenimento, soltanto procedimenti essenzialmente biologici.