Impedimenti alla registrazione

La protezione dei marchi rappresenta un nodo cruciale all’incrocio tra convenzioni internazionali e valori nazionali, in un delicato equilibrio tra innovazione commerciale e tutela dell’identità culturale. L’articolo 10 del D.Lgs. 30/2005 (“Codice della Proprietà Industriale” o “c.p.i.”) e l’articolo 7, comma 1, lett. i) del Regolamento (UE) n. 2017/1001 sul marchio dell’Unione Europea assumono un ruolo chiave in questo contesto, imponendo restrizioni specifiche alla registrazione di marchi d’impresa contenenti stemmi e segni di rilevanza internazionale o interesse pubblico.

Secondo il dettato normativo, gli stemmi e altri segni inclusi in convenzioni internazionali, nelle situazioni e alle condizioni previste da tali accordi, nonché i segni che comprendono simboli, emblemi e stemmi di interesse pubblico, come quelli delle forze dell’ordine e delle forze armate, e i nomi di Stati e di enti pubblici territoriali italiani, non possono essere registrati come marchio d’impresa, a meno che un’autorità competente non ne autorizzi specificamente la registrazione.

Le convenzioni internazionali e il “made in Italy”

Viene operato un richiamo implicito all’art. 6-ter della “Convenzione di Parigi per la protezione della proprietà industriale”, nella misura in cui anche quest’ultima disposizione vieta ai Paesi aderenti la registrazione «di stemmi, bandiere e altri emblemi di Stato dei Paesi dell’Unione, di segni e di punzoni ufficiali di controllo e di garanzia da essi adottati, nonché di qualsiasi loro imitazione dal punto di vista araldico».  Un altro esempio di convenzione applicabile al divieto è il simbolo olimpico dei cinque cerchi, protetto dalla Convenzione di Nairobi del 1981.

 L’aggiunta del comma 1-bis al citato art. 10, con il D.L. 30/04/2019, n. 34, ha introdotto un ulteriore livello di tutela. In particolare, questa disposizione vieta la registrazione come marchio d’impresa di parole, figure o segni che ledano l’immagine o la reputazione dell’Italia. L’intento è quello di preservare l’integrità e la rappresentazione positiva del patrimonio culturale, artistico ed economico italiano. Questo impedimento assume particolare rilevanza nel contesto globale in cui il “Made in Italy” rappresenta un distintivo di qualità e autenticità. Il legislatore ha chiaramente riconosciuto il valore intrinseco di questa denominazione e ha adottato misure per impedire l’utilizzo improprio o dannoso di tale attributo.

La valutazione delle Amministrazioni

In presenza di marchi contenenti parole, figure o segni con significato politico, alto valore simbolico o elementi araldici, l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM), prima della registrazione, consulta le amministrazioni pubbliche interessate o competenti, come stabilito dal comma 2 dell’art. 10 c.p.i.; la consultazione è essenziale per raccogliere pareri sul possibile impatto politico o simbolico del marchio, fermo restando il potere dell’UIBM di procedere con il rigetto anche in assenza di pareri, se sussiste il dubbio che il marchio possa contravvenire alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume.

Se, in risposta alla consultazione, un’autorità esprime un avviso contrario alla registrazione del marchio, l’UIBM respinge la domanda.

Il processo decisionale è dunque mirato a bilanciare la tutela dei segni di rilevanza internazionale e nazionale con l’importanza di evitare registrazioni che possano ledere interessi pubblici, politici o culturali.