I requisiti generali di registrabilità
Il D.Lgs. 30/2005 (Codice della Proprietà Industriale – in breve “CPI”) disciplina, all’art. 7, i requisiti minimi per la validità di un marchio: la capacità distintiva e la rappresentabilità.

Quanto al primo requisito, il CPI stabilisce che non possono costituire oggetto di registrazione come marchio d’impresa i segni costituiti esclusivamente da denominazioni generiche di prodotti o servizi o da indicazioni che descrivono il prodotto o servizio cui essi si riferiscono.

Quanto alla rappresentabilità grafica, possono costituire oggetto di registrazione come marchio d’impresa tutti i segni suscettibili di essere rappresentati nel registro in modo tale da consentire alle autorità competenti ed al pubblico di determinare con chiarezza e precisione l’oggetto della protezione conferita al titolare.

Le categorie generali di marchio
Tradizionalmente, i marchi vengono suddivisi in:

  • marchi denominativi, costituiti da elementi verbali come parole, anche di fantasia, o i nomi di persone;
  • marchi figurativi, costituiti da immagini, disegni, figure o composizioni grafiche, figurative o astratte;
  • marchi complessi, costituiti dalla combinazione di elementi, denominativi e figurativi; generalmente uno degli elementi – il c.d. “cuore” del segno – risulta sufficientemente distintivo, dotando di tale caratteristica il marchio stesso.

Accanto a tali categorie tradizionali, si sono progressivamente affermate – anche per rispondere alle sempre più sofisticate esigenze di comunicazione delle aziende – nuove categorie di marchi, come ad esempio i marchi di colore, i marchi sonori, di movimento, ecc.

Tale tendenza, peraltro, è oggi riflessa nelle stesse norme che prevedono la registrabilità di tali marchi c.d. “non convenzionali”.

Infatti, oltre ai marchi suscettibili di essere rappresentati graficamente (come, appunto, le parole, i disegni, le lettere e le cifre) lo stesso CPI contempla alcune categorie particolari:

  • i suoni
  • la forma del prodotto o della confezione di esso
  • le combinazioni o le tonalità cromatiche

Vediamole singolarmente.

  • Marchio sonoro
    Sempre più diffusi (basti pensare al “Nokia Tune” o al jingle di Intel), i marchi sonori sono costituiti da suoni rappresentati in qualsiasi forma idonea, utilizzando la tecnologia generalmente disponibile, purché tale rappresentazione sia “chiara, precisa, autonoma, facilmente accessibile, intelligibile, durevole e obiettiva”. Tale caratteristica semplifica molto la registrazione rispetto a quanto avveniva in passato, quanto vigeva l’obbligo di rappresentazione grafica: i marchi sonori, infatti, dovevano necessariamente essere registrati mediante trascrizione su pentagramma completo di chiave, tempo e pause, oppure, nel caso di suoni non musicali, tramite spettrogramma tridimensionale sonoro o sonogramma. Oggi, invece, il formato raccomandato dall’EUIPO per la registrazione di questo tipo di marchi è il file audio MP3.
  • Marchio di forma
    Ai sensi del CPI, è tutelabile come marchio anche la forma del prodotto o della confezione dello stesso. Ciò è consentito purché la forma non sia imposta dalla natura stessa del prodotto ovvero sia necessaria per ottenere un risultato tecnico. Analogamente, non sono considerati marchi le forme che danno valore sostanziale al prodotto (nel qual caso, la tutela apprestata è quella del design).
  • Marchio di colore
    Il riconoscimento nel CPI del marchio di colore è avvenuto a seguito di orientamenti giurisprudenziali che hanno ammesso la registrazione come marchio di un colore specifico, a condizione che tale colore sia percepito dal pubblico come indicatore della provenienza imprenditoriale del bene che contraddistingue (ad es., il colore “Rosso Ferrari”). Per quanto riguarda la rappresentazione grafica di tali marchi, i giudici comunitari hanno ritenuto sufficiente anche una descrizione verbale di un colore per mezzo di un codice di identificazione internazionalmente riconosciuto.

Un cenno a parte merita il marchio olfattivo, in relazione al quale la dottrina si è schierata favorevolmente, ritenendolo idoneo a trasmettere un messaggio distintivo. Secondo la giurisprudenza comunitaria, tuttavia, l’oggetto della protezione del marchio olfattivo non può essere determinato con chiarezza e precisione e in modo inequivocabile, come richiesto dalla normativa applicabile. Né la formula chimica, riconducibile all’odore in oggetto solo da esperti in chimica, né la descrizione grafica e/o verbale dello stesso, troppo poco precisa, possono essere considerati mezzi di rappresentazione soddisfacenti di un odore. Neanche il deposito di campioni sarebbe sufficiente, in quanto non soddisferebbe i criteri di stabilità e durevolezza necessari ai fini della conservazione nel registro dei marchi.