Ambito di applicazione
Il quadro normativo
La norma principale che disciplina le invenzioni dei lavoratori dipendenti è l’art. 64 del D.Lgs. n. 30/2005 (Codice della Proprietà Industriale – “CPI”), che regola i diritti e gli obblighi delle parti relativi all’invenzione.

In particolare, tale norma ha ad oggetto invenzioni poste in essere in un contesto che vede, da un lato, il datore di lavoro, e dall’altro, il lavoratore, entrambi legati da un rapporto di lavoro di tipo subordinato, laddove l’invenzione è temporalmente e causalmente connessa al rapporto stesso. A tale proposito, l’invenzione è considerata effettuata durante l’esecuzione di un rapporto di lavoro se il relativo brevetto viene chiesto entro un anno da quando il lavoratore ha lasciato l’azienda privata (o l’Amministrazione pubblica) nel cui campo di attività rientra l’invenzione.

Ulteriori norme disciplinano invenzioni in ambiti specifici, come l’art. 65 CPI riguardo alle Università e agli enti pubblici di ricerca e l’art. 4 della L. 81/2017 riguardo alle invenzioni del lavoratore autonomo o con contratto di collaborazione coordinata e continuativa, nel caso in cui l’attività inventiva costituisca oggetto del contratto di lavoro e sia a tale scopo compensata.

Resta in ogni caso ferma la tutela apprestata dall’art. 2590 Cod. Civ., che sancisce il diritto (morale) del lavoratore di essere riconosciuto autore dell’invenzione ideata nello svolgimento del rapporto di lavoro.

Tutela “rafforzata”
La tutela delle invenzioni del dipendente viene garantita a prescindere dalla liceità della forma contrattuale in questione.

Infatti, ai rapporti di lavoro irregolari, essendo destinati ad una “conversione” in un contratto di lavoro regolare, viene applicato l’art. 64 CPI.

Nel caso in cui, invece, il contratto di lavoro sia nullo o annullabile, si applica l’art. 2126 Cod. Civ.. in tema di “prestazione di fatto con violazione di legge”, con la conseguenza che l’invalidità del contratto “non produce effetto per il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione, salvo che la nullità derivi dall’illiceità dell’oggetto e della causa”: le invenzioni create nell’ambito di tale rapporto di lavoro hanno comunque diritto alla tutela.

Tipologie di invenzioni del lavoratore dipendente
I primi tre commi dell’art. 64 CPI individuano altrettante tipologie di invenzioni del lavoratore dipendente, alle quali, a propria volta, corrispondono distinti regimi patrimoniali.

Le invenzioni “di servizio o di lavoro”
La fattispecie dell’invenzione di servizio è quella in cui l’invenzione stessa costituisce l’oggetto del contratto e a tale scopo viene retribuita.

Ci si riferisce ai casi in cui il contratto di lavoro contempli lo svolgimento di attività inventiva, per la quale al datore di lavoro appartengono i diritti di sfruttamento dell’invenzione, mentre al lavoratore spetta soltanto una retribuzione proporzionata alla qualità del lavoro svolto.

Su quest’ultimo punto occorre osservare come il livello retributivo adeguato viene stabilito molto facilmente nel caso in cui l’attività inventiva del lavoratore venga espressamente prevista nei contratti collettivi nazionali di lavoro, che costituiscono il parametro di riferimento al fine della valutazione dell’adempimento dell’obbligazione retributiva.

Se, invece, l’attività inventiva non è specificamente contemplata dal contratto nazionale applicabile, si determina il livello di inquadramento professionale cui fare riferimento per valutare in modo equivalente la prestazione del lavoratore; una volta determinato tale inquadramento, si applica la relativa scala retributiva secondo il contratto collettivo applicabile.

Invenzioni “di azienda”
Le invenzioni di azienda sono quelle ottenute nell’adempimento di un contratto di lavoro che – a differenza delle invenzioni di servizio – non prevede una retribuzione specifica in compenso dell’attività inventiva.

In tal caso, fermo restando il diritto del datore di lavoro sull’invenzione, al lavoratore, spetta un c.d. “equo premio” qualora il datore di lavoro ottenga il brevetto o utilizzi l’invenzione in regime di segretezza industriale.

L’equo premio, quindi, è un compenso legato ad un risultato inventivo inatteso; ciò in quanto l’invenzione, sebbene conseguita nell’esecuzione del contratto di lavoro, viene ottenuta al di fuori dell’esercizio di mansioni inventive. Per tale ragione, la sua determinazione non ha come riferimento la retribuzione “maggiorata” applicabile all’esercizio di mansioni superiori da parte del lavoratore, ma tiene conto della retribuzione percepita, delle mansioni svolte (e, se entrambe sono assimilabili a quelle dei lavoratori che si occupano di mansioni di tipo inventivo, il premio sarà rivisto in senso riduttivo) e dell’apporto ricevuto dal datore di lavoro, nonché della potenzialità di sfruttamento economico dell’invenzione.

Come detto, il lavoratore ha diritto all’equo premio solo nel caso in cui il datore di lavoro ottenga il brevetto per l’invenzione o decida di utilizzarla in regime di segretezza industriale. A tal fine, per assicurare la tempestiva conclusione del procedimento di acquisizione del brevetto e la conseguente attribuzione dell’equo premio all’inventore, può essere concesso, su richiesta del datore di lavoro, l’esame anticipato della domanda del brevetto.

Il diritto del lavoratore autore dell’invenzione al premio è soggetto al termine di prescrizione di dieci anni decorrenti dalla data di concessione del brevetto.

Invenzioni c.d. “occasionali”
L’invenzione occasionale è quella realizzata in costanza di rapporto di lavoro e nel campo di attività del datore di lavoro, ma senza alcun collegamento con l’oggetto dell’attività lavorativa.

Si tratta, quindi, di invenzioni conseguite al di fuori dell’orario di lavoro e all’esterno dei locali aziendali, per cui al lavoratore spetterà, oltre al diritto morale, il diritto patrimoniale a sfruttare l’invenzione, a conseguire il brevetto e a tenere segreta l’invenzione.

Tuttavia, il datore di lavoro ha un diritto di opzione per: (i) l’utilizzo, anche non esclusivo, dell’invenzione; (ii) l’acquisto del relativo brevetto; (iii) la facoltà di chiedere o acquisire, per la medesima invenzione, brevetti all’estero.

Tale opzione, che deve essere esercitata dal datore di lavoro entro tre mesi dalla data di ricevimento della comunicazione dell’avvenuto deposito della domanda di brevetto, prevede il riconoscimento in favore del lavoratore di un corrispettivo che deve comunque tenere conto delle conoscenze, delle tecniche e delle esperienze ricavate dal rapporto di lavoro, e che verosimilmente hanno contribuito all’attività inventiva del lavoratore.

Giurisdizione e competenza
Controversie sulla sussistenza del diritto
In tema di controversie concernenti la sussistenza (o meno) del diritto all’equo premio, l’art. 134 CPI ha espressamente previsto l’attribuzione di tali controversie alle Sezioni Specializzate in materia di Proprietà Industriale e Intellettuale.

La ratio della norma, da un lato, riconosce che le Sezioni Specializzate possano dare un maggiore valore aggiunto, vista la tecnicità della materia e, dell’altro lato, dà atto che il dipendente-inventore, alla luce della sua alta qualificazione, non si trova in una posizione di debolezza economica tale da poter giustificare l’intervento del Tribunale del Lavoro.

Tale impostazione, tuttavia, è stata contestata dalla dottrina, che ha ritenuto essenziale la competenza del Giudice del Lavoro nel giudicare aspetti di primaria importanza nel riconoscimento dell’attività inventiva del dipendente, quali le mansioni svolte, il legame con il risultato, l’organizzazione del lavoro e l’elemento retributivo.

Controversie sulla quantificazione dell’equo premio
Per quanto concerne, invece, le controversie relative all’ammontare dell’equo premio, l’art. 64 CPI dispone che sia competente un collegio di arbitratori composto da tre membri, uno per ciascuna parte e il terzo scelto da questi ultimi ovvero, in caso di mancato accordo, dal Presidente della Sezione Specializzata competente dove il lavoratore esercita abitualmente le proprie mansioni.

Qualora l’esito del giudizio arbitrale fosse manifestamente iniquo o erroneo, sarà il giudice (i.e., le Sezioni Specializzate in materia di Proprietà Intellettuale) a determinare il valore dell’equo premio.