Dieci anni dopo l’inizio della vicenda, Oracle e Google potrebbero essere vicine al giudizio della Corte Suprema, che decreterà in maniera definitiva chi ha ragione nella disputa concernente l’utilizzo lecito (c.d. “fair use”) delle API (acronimo di “Application Programming Interface”) sviluppate da Oracle e implementate da Google nel codice della piattaforma Android.

Una API, in tale contesto, è una raccolta di “interazioni” definite nella programmazione software, alla stregua di una “scorciatoia” per accedere rapidamente a servizi e librerie di funzioni.

La posta in gioco vale miliardi di dollari.

Oracle, infatti, è titolare del linguaggio di programmazione “Java Standard Edition” e Google, nel primo sviluppo di Android, decise di rendere la propria piattaforma mobile compatibile con Java, soprattutto per la popolarità di quest’ultima, grazie alla sua solida comunità di sviluppatori. Per fare ciò, Google implementò in Android diverse API Java.

L’adozione di questa soluzione risiede nel fatto che, sebbene sarebbe stato tecnicamente possibile programmare in Java senza utilizzare le API in questione, ciò avrebbe comportato la perdita di diversi pacchetti di base previsti dalle stesse API di Java (ad es., le funzioni relative all’esecuzione di operazioni matematiche o alla rappresentazione di date e ore).

Tuttavia, ciò ha comportato una sostanziale somiglianza tra le API Java e quelle di Android, circostanza che è stata affrontata dai giudici sul versante del copyright e che è attualmente pendente dinanzi alla Corte Suprema per la legittimità (o meno) del fair use da parte di Google.

La prima parte di controversia – quella sul copyright – ha avuto un esito finale positivo per Oracle, la quale ha ottenuto il riconoscimento della tutela della struttura, della sequenza e dell’organizzazione delle proprie API, i cui pacchetti, classi e metodi sono stati ritenuti meritevoli di protezione ai sensi del Copyright Act.

Forte della propria vittoria, Oracle ha introdotto la seconda parte di controversia, concernente il fatto che, se le proprie API sono tutelate dal copyright, allora il relativo reimpiego per fini commerciali – come quello di Google – non rientra nell’ambito del fair use e, pertanto, è illegittimo.

Tale controversia, dopo un primo grado favorevole a Google e un secondo grado vittorioso per Oracle, è attualmente pendente dinanzi alla Corte Suprema, la quale dovrà principalmente stabilire se il codice dichiarativo delle API Java è (o non è) tanto “funzionale” da sfuggire alla tutela del copyright, che protegge solo la forma espressiva dell’autore e non le sue idee in sé.

Nel frattempo, una relazione da parte di un gruppo “amicus curiae”, composto da diversi docenti e personalità di spicco nel mondo dell’informatica, ha esaminato e confrontato le API in contestazione per giungere alla conclusione che è quasi impossibile – alla luce dell’immensa variabilità nel modo in cui diversi sviluppatori possono costruire la medesima struttura software – costruire due API esattamente nello stesso modo.

La decisione della Corte Suprema è attesa con molto interesse dagli operatori del settore, a prescindere dall’esito.

Da un lato, infatti, una sentenza in favore di Oracle potrebbe creare una “paralisi”, nella misura in cui i titolari del copyright sulle API ne possono impedire l’utilizzo nello sviluppo di alternative software interoperabili.

Dall’altro lato, un giudizio in favore di Google potrebbe indebolire la protezione dei titolari del copyright sulle API, consentendo alle aziende con risorse maggiori di sviluppare prodotti migliori dei concorrenti più piccoli, riducendo così lo stimolo innovativo dell’industria del software.