Una recente decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) ha assunto una particolare rilevanza nel contesto della proprietà intellettuale, introducendo un precedente significativo nel settore dei ricambi automobilistici. La controversia ha origine dall’azione della casa automobilistica tedesca Audi, che ha citato in giudizio un commerciante polacco che aveva messo in commercio griglie di radiatori adattate per modelli di auto Audi degli anni ’80 e ’90. 

Il cuore della questione risiede nella forma incisa su tali griglie, riproducente in modo evidente la caratteristica disposizione degli anelli intrecciati del marchio registrato da Audi. Peraltro, la peculiarità di queste griglie risiedeva nell’essere state progettate appositamente per ospitare l’emblema distintivo Audi. 

La CGUE è stata quindi chiamata a pronunciarsi sulla legittimità di utilizzare un elemento progettato in modo simile o identico al marchio registrato, e sulle possibili implicazioni per il commercio di ricambi automobilistici non ufficiali. 

Nella sua difesa, il commerciante polacco ha avanzato l’argomento della “clausola di riparazione”, sostenendo che la riproduzione di ricambi dovrebbe essere legittima se finalizzata a riparare un prodotto complesso. Tuttavia, la CGUE ha respinto tale argomentazione, stabilendo che la clausola di riparazione, prevista dalla normativa sul design comunitario, non trova applicazione nello specifico contesto delle componenti automobilistiche. 

Infatti, la Corte ha evidenziato che le griglie in questione, non prodotte né autorizzate direttamente dal produttore, contenevano un elemento appositamente progettato per l’attacco dell’emblema Audi. Questo dettaglio, reso visibile al pubblico sin dalla promozione del ricambio, costituisce un “legame materiale” con il marchio, compromettendo le funzioni di garanzia sull’origine e la qualità del prodotto. 

 La CGUE ha dunque stabilito che l’uso di un elemento con forma simile o identica a un marchio registrato, anche se nel contesto di riparazioni e ricambi, costituisce un “uso di un segno nel corso di un’ordinaria attività commerciale”, suscettibile di danneggiare la funzione del marchio stesso. 

 La decisione apre la porta ad una riflessione sul mondo della produzione e commercializzazione delle parti di ricambio: l’obbligo di evitare l’uso di elementi simili o identici a marchi registrati potrebbe spingere i produttori di ricambi a creare componenti prive di caratteristiche distintive, rendendole però meno attraenti per i consumatori desiderosi di mantenere un’autenticità visiva. A ciò si aggiunge anche un’ulteriore questione: se i produttori di ricambi possono fornire solo parti prive di segni distintivi, si alimenta il rischio di innescare pratiche restrittive nel mercato.